“Chi rompe paga ed i cocci sono suoi”. Questo antico proverbio popolare non è più valido per le aziende leader nel Mondo.

Aprendo oggi i giornali e le pagine economiche di tutto il mondo balzano agli occhi due notizie. 

La prima riguarda Facebook. Il cofondatore e Ceo Mark Zuckerberg ha testimoniato ieri davanti al Senato in un’attesa audizione sul caso Cambridge Analytica e le interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali statunitensi. Visibilmente teso, in completo blu, camicia bianca e cravatta blu, Zuckerberg, ha fatto ammenda, chiedendo scusa. Metaforicamente e’ apparso uno scolaro in mezzo ai professori, un agnello tra i lupi.

 C’è un’ammissione di responsabilità già formulata in passato, ma ora con meno ambiguità: «Non abbiamo avuto una visione sufficientemente ampia delle nostre responsabilità ed è stato un errore. È stato un mio errore e me ne scuso. Ho ideato Facebook, ora lo gestisco e sono responsabile per ciò che accade al suo interno. Quindi ora è necessario affrontare ogni aspetto della nostra relazione con gli utenti e assicurarci di avere una visione sufficientemente ampia delle nostre responsabilità».

La testimonianza scritta,  consegnata il giorno precedente, contiene numerose indicazioni su cosa sta facendo e farà Facebook nei prossimi mesi, sia sul piano della protezione dei dati sia su quello del contrasto al utilizzo del social network da parte di organizzazioni per diffondere notizie false o condizionare le elezioni. Molte di queste soluzioni erano già state anticipate nei giorni scorsi da Facebook e non ci sono state grandi novità.

Dopo l’ammissione di colpa di Zuckerberg in Senato, il titolo di Facebook guadagna il 4,5% a Wall Street. 

 In Europa nel frattempo si consumava una altra vicenda, quella della Volkswagen. In una nota pubblicata sul sito, la casa automobilistica ha annunciato una rivoluzione nella prima linea manageriale e che tra le novità in arrivo potrebbe esserci anche “un cambio nella posizione del presidente del board”. Parole che sembrano preannunciare l’uscita dell’amministratore delegato, Matthias Muller. In base ai rumors, l’annuncio del cambio al vertice potrebbe arrivare già alla fine di questa settimana. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, l’attuale numero uno del marchio Vw, Herbert Diess, prenderebbe il posto di Matthias Mueller come ceo dell’intero gruppo. Le indiscrezione tendono a sottolineare come questo avvicendamento sia collegato al desiderio di voltare definitivamente pagina al dieselgate ed alla vicenda degli esperimenti con le scimmie

Sotto la guida di Mueller, Volkswagen ha annunciato numeri da record per il primo trimestre del 2018. Il migliore di sempre relativamente a questo periodo dell’anno. Sono stati infatti consegnati 1.525.300 vetture, una crescita del 5,9%. Nel solo mese di marzo, le consegne a livello mondiale hanno raggiunto 584.700 unità (+4,9%).

Da un punto di vista finanziario ieri la piazza più effervescente in Europa è stata Francoforte (+1,11%). A sostenere il rialzo ha contribuito il balzo in avanti di Volkswagen (+4,46%),

Due vicende che hanno diversi punti in comune anche se riferite ad aziende diverse, una della new economy che non ha ancora raggiunto la maggior età. Facebook è un social network lanciato il 4 febbraio 2004  ad Harvard  e l’altra di una azienda manifatturiera, tra le maggiori sul pianeta. Nel 2017 il gruppo Volkswagen, conteggiando anche i veicoli industriali,  è stato il primo costruttore al mondo come volumi di vendita.

Ciò che emerge è la reazione dei mercati finanziari, molto positiva alle vicende di ieri. L’elemento che colpisce è la sostanziale impunità delle multinazionali e la facile digeribilità delle multe che ricevono. Non mi limito a registrare le storie di  Facebook e Volkswagen.  Abbiamo tanti esempi, anche in casa nostra. Pensiamo alle compagnie telefoniche che hanno deciso, per camuffare un aumento delle tariffe, di fatturare a settimane e non a mesi, il servizio reso.

Zuckerberg, ieri sembrava un bambino che si scusava per essere stato sorpreso con le mani nella marmellata. Non possiamo però pensare che chi è a capo di un continente (oltre due miliardi di iscritti) sia un ingenuo. Abbiamo di fronte un signore di 33 anni consapevole di ciò che ha creato e di che cosa gestisce. Se così non fosse sarebbe meglio, nel interesse suo e di tutti, che facesse un passo indietro.

In termini di assunzione di responsabilità che cosa ha fatto? Che cosa fanno i Ceo, i presidenti di queste società’ ? Chiedono scusa, si cospargono il capo di cenere, ma non si assumono mai la responsabilità piena del comportamento della azienda che guidano. Da un punto di vista morale quali decisioni assumono?

Mi viene in mente la pubblicità storica negli anni 80 di un dopo barba il cui claim era” l’uomo che non deve chiedere mai” e la canzone di Mina: parole, parole. Io apprezzerei invece un amministratore delegato che si assumesse le proprie responsabilità provvedendo, secondo il detto, “chi rompe paga ed i cocci sono suoi “, ad indennizzare in qualche forma i propri clienti. E’ comprensibile che per un uomo che non deve chiedere mai, dover chiedere pubblicamente scusa sia un fatto imbarazzante. Ma rimane un fatto personale. In termini di responsabilità civile però non fa nulla.

Il triste spettacolo è assistere alle performance finanziarie. Scampato il pericolo di sanzioni i mercati festeggiano. Superato indenne l’ennesimo scandalo il mercato procede alla navigazione nei mari procellosi in attesa della prossima tempesta. Le multinazionali in questione, impunite sul piano legale ed economico, proseguono più determinate di prima. Scoppia lo scandalo del dieselgate: viene messa nel mirino Volkswagen, ed i dati di vendita sono i migliori di sempre. Facebook ammette le sue colpe sulla vicenda e dopo un timida, iniziale reazione, tutto prosegue come prima, assuefatti allo status quo. Giornalmente siamo oggetto di telefonate da parte di call center per venderci servizi telefonici, utenze, ed ogni altro bene e subiamo questo dileggio senza reagire. Le compagnie telefoniche preferiscono pagare le multe comminate dal garante della privacy ed a mutare i termini della fatturazione pur di guadagnare e va tutto bene.

Ma quello che trovo avvilente in termini morali è il modesto valore che attribuiamo ai nostri diritti ed al nostro valore come esseri umani. Balza agli occhi infatti la mancata reazione dei consumatori. Viene tradita la fiducia basata sulla relazione brand/cliente e non sembra importare a nessuno.

E’ tempo che i clienti facciano i clienti boicottando le aziende che hanno scientemente deciso di tradire il credito di fiducia. E’ ora che diventiamo più consapevoli dei nostri diritti e doveri e che, con il nostro comportamento, vigiliamo sul operato delle multinazionali, prima di doverci pentire amaramente della nostra indifferenza in qualità di consumatori.  Nutro maggiori speranze nel atteggiamento dei giovani, dei millenians, più idealisti e meno disponibili a subire l’arroganza delle multinazionali.

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