Intervista con Alan Rhode – Aspetti fiscali per il commercio elettronico

9 Apr 2020 | LA PAROLA AGLI ESPERTI

Lodovico:

Buongiorno a tutti, per la serie di interviste con gli esperti nel mondo di commerce, oggi parliamo con Alan Rhode che è collegato da Londra.
Alan è un super esperto di tematiche fiscali e co-founder di taxmen.eu.
Quindi, prima domanda per Alan: “Spiegaci chi sei e che cosa fai!”

Alan:

Ciao Lodovico, grazie per l’opportunità di questa intervista.
Ho co-fondato, nel 2012 taxmen.eu a Londra, una società, che fin dall’inizio, aveva l’obiettivo di essere un one stop shop di servizi legali e fiscali per il commercio elettronico.
Quindi il Merchant che vende online, di ogni dimensione, ha delle esigenze legali, piuttosto che fiscali.
Oggi, mi sembra di capire, parleremo molto di tax e di fiscal. Infatti, noi siamo nati con l’idea di concentrarci sull’e-commerce, proprio per questo il 99% dei nostri clienti sono e-commerce, di varie dimensioni.
Ci occupiamo di tax e legal per il commercio elettronico ogni giorno quindi è il nostro pane quotidiano. Sono contento di affrontare con te alcuni temi chiave, di natura fiscale, per chi vende online.

Lodovico:

La maggior parte dei commercianti, in questo momento difficile, si rivolgono all’e-commerce o ai marketplace, soprattutto ai gruppi:

  • Rakuten;
  • Amazon;
  • eBay;
  • ePrice.

Quindi, una delle tematiche che emerge è: “cosa faccio, da un punto di vista fiscale, se vendo all’estero?”

Alan:

Se vendi dall’Italia, quindi sei tu che ti occupi del fulfillment, c’è un tema IVA da trattare.
Fino al raggiungimento di determinate soglie di fatturato annuo verso un paese UE, ad esempio: 35mila euro verso la Francia e 100mila euro verso la Germania di vendita ai consumatori consideri le vendite estere come se fossero vendite interne.
Se invece superi queste soglie, devi identificarti finiva in Germania piuttosto che in Francia e tratti le vendite come vendite estere applicando IVA al 19% in Germania o al 20% in Francia. Attenzione, tutto questo sarà sicuramente valido fino alla fine dell’anno in corso (il 2020).
In teoria, dall’anno prossimo sarà possibile dichiarare l’IVA in tutti i paesi europei, utilizzando la partita iva italiana. È sicuramente una rivoluzione che facilita la vita per molti merchant, ma ho usato il condizionale perché la Germania ed i Paesi Bassi hanno chiesto un rinvio di questa riforma perché non sono pronti.
Questo è valido per chi vende dall’Italia, un po’ diversa la questione per chi usa Amazon e lo stock all’estero perché, se stai usando il programma Amazon FBA ed hai la merce stoccata all’estero, dovresti munirti di partite iva locale nei paesi dove la merce è stoccata.
Uno dei problemi è che il merchant non lo sa fin dall’inizio e manda la merce ad Amazon Italia, che poi la disloca nei vari paesi UE.
Bisogna quindi stare attenti, ma all’interno della dashboard di Seller Central ci sono dei file che si chiamano DDT o IVA Transaction Report dove puoi vedere la merce dov’è e dove viene trasferita, quindi si può avere una visione d’insieme.
È chiaro che i costi aumentano se un merchant vuole la merce stoccata nei magazzini Amazon dei 7 paesi europei (ora si sono aggiunti anche i Paesi Bassi), ma parallelamente dovrebbero aumentare anche le possibilità di vendita.

Lodovico:

Ti chiedo, gentilmente, di fare chiarezza su questi aspetti perché, soprattutto in Italia dove la materia fiscale è abbastanza ostile, all’imprenditore non è chiaro cosa succede quando aderisce al programma paneuropeo di Amazon, ovvero la possibilità di avere delle tariffe preferenziali rispetto a quelle dei vari paesi, e si ritrova Amazon che movimenta automaticamente la merce, in base alle richieste del paese di destinazione.

Alan:

Esattamente, prestate attenzione ai servizi IVA offerti direttamente dai Marketplace perché, molto spesso, sono scadenti e si rischia di ritrovarsi ad attendere molto tempo una Partita IVA per poter vendere all’estero e nel frattempo non poter fare nulla.
Quindi consiglio di rivolgersi a dei professionisti che conoscono le procedure e si impegneranno per fornirvi il tutto nei tempi previsti dalla burocrazia. Inoltre, il problema non è solamente fiscale ma anche operativo perché, se non vengono inseriti tutti i documenti richiesti, la dashboard per poter procedere alla vendita non viene sbloccata.

Lodovico:

Una delle domande più frequenti da parte dei merchant è esattamente questa: “Se non supero le soglie intracomunitarie perché, ad esempio, sto iniziando ora a vendere all’estero, perché devo aprire la Partita IVA nel paese di destinazione?
Tralasciando il fattore “magazzino e stock della merce all’estero”, anche se vendo spedendo direttamente dall’Italia, molto spesso, Amazon mi blocca nella creazione dell’account dicendo “Facendo seguito alle richieste delle autorità locali, abbiamo bisogno della partita IVA”.

Alan:

Sulla base di quello che mi stai dicendo, non ci sarebbe obbligo di avere la Partita IVA del paese di destinazione.
Può essere che Amazon non vuole rischiare e quindi pretende che il merchant italiano si doti della partita iva estera.
Va detto che, un merchant italiano dotato di partita iva estera e che non ha superato le soglie intracomunitarie, può fare opzione in dichiarazione iva per applicare l’iva estera, quindi non c’è rischio di doppia tassazione.

Lodovico:

Esattamente, la normativa è molto chiara in merito: se tu hai un prodotto che in un magazzino estero, di fatto diventa un’estensione della tua azienda.
Ci troviamo in un periodo storico in cui sembra che l’Europa non voglia crescere e proprio su questo c’è il tema della Brexit.
Molti merchant e proprietari di E-Commerce ci scrivono chiedendoci cosa succederà nel Regno Unito con la Brexit per il mondo E-Commerce.
Allora chi meglio di te, che sei inglese e vivi a Londra, può spiegarci quali saranno i risvolti di questa situazione.

Alan:

Fino al 31 dicembre 2020, il Regno Unito continua a far parte dell’unione IVA e doganale europea, quindi non ci saranno peculiarità.
Dal 1° gennaio 2021, il regno Unito esce ufficialmente dall’Unione Europea ma non penso ci saranno accordi di libero scambio già pronti e già rettificati.
Quindi chi spedisce dall’Italia tratterà l’operazione come non imponibile extra UE, come se spedissero in Svizzera, però ci sarà nel Regno Unito una soglia di 135 sterline sotto la quale non si applicano dazi doganali.
A quanto pare il Regno Unito introdurrà un sistema per cui si potrà usare la Partita IVA che i merchant già posseggono o che possono richiedere per dichiarare trimestralmente.
C’è ancora un po’ di incertezza ma abbiamo, per fortuna, ancora otto mesi circa di libero scambio.

Lodovico:

Questa rivoluzione del mondo E-Commerce nei commerci tra Europa e Regno Unito, la vedi anche con magazzino di logistica Amazon?

Alan:

Quando la merce transiterà, dall’Italia al Regno Unito, sconterà dazi e iva. Poi ci possono essere dei sistemi per semplificare il tutto, però c’è sempre una dogana di mezzo.

Lodovico:

Si può ipotizzare un periodo per gestire l’invio della merce semplificata nei confronti del Regno Unito, oppure la Brexit sarà dura e pura?

Alan:

Probabilmente, anche alla luce di questa emergenza sanitaria, potrebbero agevolare eventuali accordi per rendere più facile la circolazione delle merci.

Lodovico:

Grazie Alan, una cosa che mi ha sempre affascinato del vostro mestiere è sicuramente quella di trovare escamotages per agevolare il commercio e ridurre le spese.
Ad esempio, una domanda che ricevo spesso riguarda le vendite negli Stati Uniti d’America (USA) per cui, chi esporta fino ad 800$, non paga l’IVA. Cosa ci puoi dire al riguardo?

Alan:

Si, è corretto.
Fondamentalmente, sia nelle vendite B2B che B2C, verso gli USA si ha una franchigia di 800$, calcolata solamente sui prodotti di uno stesso collo, sotto la quale non ci sono dazi doganali o “Sales Tax” (cioè l’IVA degli USA).
Attenzione perché non tutti i prodotti rientrano nelle categorie che godono di queste agevolazioni.
Inoltre, dobbiamo prestare attenzione ad alcune nuove regole introdotte nei singoli stati USA per cui, se raggiungi determinate soglie di fatturato annuo, possono chiedere comunque il versamento della “Sales Tax” (l’IVA degli USA).

Lodovico:

Grazie, sei stato molto chiaro. Volevo farti ancora un paio di domande.
Soprattutto in questo momento in cui siamo tutti chiusi in casa e le vendite online sono drasticamente aumentate, molte aziende, per chi ancora non lo aveva fatto, si stanno adoperando per la vendita online dei propri prodotti. Che consiglio daresti a tutte queste aziende che si stanno interfacciando ora con la vendita online in paesi Europei ed Extra UE?

Alan:

Il primo consiglio che darei a queste aziende è quello di iniziare dal mercato europeo, focalizzandosi su un target e dei paesi ben specifici.
Questo perché ci sono dinamiche fiscali, operative e di marketing che devono essere apprese prima di poter vendere in tutto il mondo.

Tengo a precisare che ci sono molti più marketplace di quello che si pensa, infatti le statistiche parlano chiaro: migliaia di marketplace in Europa, alcuni molto piccoli.
Ad esempio, Fruugo è un marketplace con cui la mia azienda collabora su delle questioni IVA, visto che forniscono anche servizi per il calcolo di aliquote. In questo momento stiamo appunto discutendo un tema molto importante, quello di ottenere dilazioni di pagamento IVA nei vari paesi.

Una cosa interessante, che riguarderà il futuro, è proprio la possibilità che il marketplace raccoglierà e verserà l’IVA per tutti i merchant che vendono all’interno. Questo tipo di dinamica faciliterà sia i merchant che le autorità fiscali dei vari paesi, perché è più facile controllare un singolo soggetto invece che tutti i partner.

Lodovico:

Devo dire che sono molto d’accordo con questa dinamica. In questo modo si andrebbe anche ad eliminare tutti quei merchant che aprono e chiudono senza versare IVA, sfruttando quelli che sono dei vuoti normativi.

Alan:

A tal proposito mi viene in mente il servizio taxi nel Regno Unito dove i tassisti non hanno l’obbligo di dichiarare e versare l’IVA sotto 80.000£ di volume d’affari, quindi Uber non versa quasi mai l’IVA per queste corse.
Quindi la tendenza è di andare ad attribuire un nuovo ruolo fiscale a quelle piattaforme di intermediari. Questa è una realtà che sarà concreta nel giro di pochi anni.
Potrebbero però esserci dei problemi finanziari per i merchant ad esempio nell’import dei prodotti dai paesi del Far East. Questo perché, nel momento in cui importi paghi dell’IVA per l’ingresso dei prodotti, poi vendi attraverso un marketplace che si trattiene una provvigione ed anche l’IVA. Capiamo subito che potrebbe essere un problema finanziario per i merchant che vendono nei marketplace.

Lodovico:

Certamente. Ad esempio, Amazon, negli USA, finanzia i propri merchant. Quindi sarà principalmente un tema di “cash flow” e di supporto alla vendita. Quello che diventa evidente è che il merchant sarà sempre più assoggettato ai voleri del marketplace.

Alan:

Una normativa, che entrerà in vigore a luglio, impone ai marketplace di non applicare nuove regole retroattive, senza l’accordo dei merchant.
Inoltre, devono indicare il riferimento ad alcuni mediatori in caso di dispute.
Quindi, il problema di differenza del potere contrattuale tra marketplace e merchant, almeno a livello europeo, è stato affrontato.

Lodovico:

Dal tuo punto di vista ed in base alla tua esperienza quali pensi saranno le direttive o quali pensi saranno gli argomenti di facilitazione dei prossimi anni in materia fiscale?

Alan:

Si sta cercando di aumentare il potere contrattuale dei merchant ed i loro diritti.
Si sta cercando di creare un mercato digitale unico in Europa, con varie misure e bisogna, probabilmente, fare in modo che, fuori dall’Europa, ci sia meno concorrenza nociva.

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